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Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli

La poesia non serve a niente. Nel frastuono dei media, non solo nessuno la ascolta: nessuno, neanche chi lo
vorrebbe, riesce a sentirla.
Il pubblico della poesia, è un’intuizione ormai classica, sono i poeti stessi, che scrivono senza leggersi: letteralmente.
La Forma si è disgregata. L’alluvione ha sommerso e ha disperso la tradizione. Ha travolto ogni segno riconoscibile della specificità poetica. La critica è disarmata: non esiste il soggetto che possa dominare, discernere, giudicare la marea di parole allineate sul margine sinistro del foglio. Ecco perché è necessario continuare a leggere la poesia, continuare a criticarla. Sforzarsi ancora di comprenderla.
La risposta agli apocalittici è un cambio totale di prospettiva. La molteplicità non è piú la vertigine che paralizza. È il presupposto dal quale ricominciare. Lo sguardo non è piú aereo, è rasoterra: non localizza punti nello spazio, li incontra. Nel tempo, percorre un periodo coestensivo al presente. Collega i fatti che non soltanto sono il presente,
ma lo producono.
Facendo un’antologia, non si progetta un’ennesima mappa dall’alto, non si opera piú sulla base di astrazioni, di modelli cartografici desunti da quelli passati (“generazioni”,
“gruppi”, “linee”…); ma lo si percorre in lungo e in largo – questo territorio.
Empiricamente – al tracciare lo spazio nell’attraversarlo – nascono opzioni di senso, possibilità di orientamento.
Parola plurale è un’antologia collegiale: non ha coordinatori né collaboratori. La sua immagine-guida non è dunque la bottega, bensí (semmai) l’officina. Un’officina non duramente tayloristica, ma frequentata da operatori autonomi e autosufficienti, all’interno di un organismo che non risulta semplicemente dalla loro somma.
I curatori si sono divisi la responsabilità della scelta dei testi e dell’introduzione critica dei sessantaquattro autori antologizzati: ogni inclusione (e di conseguenza ogni esclusione) è stata decisa collegialmente, sulla base della lettura incrociata dei testi proposti, e di una loro discussione articolata e puntuale.
Parola plurale è un’antologia che rifiuta di farsi museo, ma che vuole evitare anche l’univocità del manifesto: vuole somigliare a un’assemblea, che convoca intorno a un problema (il problema) una comunità ermeneutica.

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